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Interviste
La revisione della normativa per la protezione del pubblico dall’esposizione ai CEM non è ancora del tutto completa. In attesa dell’emanazione delle linee guida, come opera ARPA nello svolgimento dei propri compiti?
ARPA agisce sulla base della normativa attualmente in vigore, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti legati alle valutazioni preventive per il rilascio dei pareri che, nella nuova versione della normativa, saranno basate su valori che tengano conto anche della variabilità delle emissioni degli impianti - i cosiddetti alfa24 - ricreando esattamente quelle che sono le condizioni di funzionamento dell’impianto e permettendo di fare valutazioni non basate solo sul massimo della potenza ma anche sulla variabilità del segnale.
In più, nelle valutazioni, occorrerebbe tenere conto anche della attenuazione degli edifici; questi aspetti sono rimasti ancora non definiti in quanto sono oggetto di linee guida non ancora emanate.
Di fatto al momento continuiamo a non considerarli.
Attualmente infatti le valutazioni vengono effettuate considerando la potenza massima dell’impianto e non tenendo conto dell’attenuazione degli edifici ad eccezione del caso in cui l’impianto sia installato sopra ad una abitazione; se non ci sono aperture nello spazio sottostante teniamo conto della attenuazione dei muri, ma in realtà si tratta di una tipologia di valutazione molto particolare.
Per quanto riguarda gli altri aspetti, stiamo attendendo che siano emanate formalmente le linee guida prima di passare all’applicazione. Se al momento facessimo riferimento operativamente a quanto riportato nelle bozze di linee guida useremmo criteri di valutazione per l'espressione dei pareri contestabili sul piano normativo.
Una puntualizzazione che si potrebbe aggiungere: tra le cose che rientrano nella nuova normativa e che potrebbero già essere applicate c’è il nuovo metodo di effettuazione delle misure e, in particolare di verifica sperimentale del rispetto dei limiti indicato nella norma tecnica che il CEI ha emanato sulla base di quanto previsto dalla Legge 221/2012.
Di conseguenza, in questa fase, sarebbe possibile considerare questa normativa tecnica che però in diverse situazioni non si riesce a mettere in atto. La nuova normativa tecnica indica, infatti, un metodo per determinare, sulla base dei valori misurati, livelli di esposizione al campo elettrico estrapolati tenendo conto di fattori di variabilità dell'emissione specifici del singolo impianto oggetto del controllo.
Spesso questi fattori non sono recuperabili perché non vengono forniti dai gestori con la conseguente impossibilità di applicare la metodologia di valutazione. Tali problematiche sono imputabili al fatto che per alcune tipologie di impianti non sono state ancora predisposti i sistemi per la fornitura dei dati di interesse sui parametri alfa24.
Nello svolgimento del proprio lavoro ARPA si trova quotidianamente a stretto contatto con il pubblico. Come è cambiata la percezione del rischio nel tempo?
L’impressione di ARPA è che mediamente ci sia una minore attenzione verso la tematica dei CEM, probabilmente dovuta anche al fatto che ormai sono diversi anni che il tema dell’esposizione ai campi elettromagnetici - ed in particolare dell’esposizione a determinate sorgenti - è stato sollevato e portato all’attenzione dei cittadini con l’organizzazione di numerosi comitati in relazione all’installazione di nuovi impianti.
Questo aspetto però nel tempo è progressivamente diminuito anche se ciò non significa che l’attenzione verso il tema dell’esposizione ai campi elettromagnetici sia completamente scomparsa, infatti localmente continuano ad esserci situazioni particolarmente critiche dal punto di vista della percezione del rischio da parte dei cittadini con comitati che si oppongono all’installazione di nuovi impianti. Si tratta però di situazioni più che altro episodiche e non sistematiche, a differenza del passato dove questo tipo di manifestazioni era molto più diffuso.
In definitiva, sulla base dell’esperienza di ARPA Piemonte sul territorio regionale, l’impressione è che ci sia ancora un certo grado di attenzione riguardo alla questione campi elettromagnetici, ma su livelli inferiori rispetto al passato.
Le attività di controllo sul territorio sono comunemente affiancate da iniziative di informazione e di coinvolgimento dei cittadini. Esistono esperienze rivelatesi di particolare efficacia?
ARPA ha messo in atto diverse iniziative di informazione e di coinvolgimento dei cittadini, tra cui la partecipazione ad assemblee pubbliche, organizzate nello specifico per spiegare le motivazioni alla base del rilascio dei pareri preventivi all'installazione degli impianti, soprattutto in certi periodi in cui l’attenzione da parte del pubblico era significativamente più elevata.
Al momento ARPA Piemonte ritiene che lo strumento di informazione e comunicazione più efficace sia rappresentato dal sito web, sia attraverso pagine in cui vengono spiegate le modalità di esposizione e gli aspetti legati ai rischi sanitari, nonché le metodologie di misura e quanto riportato nelle normative, sia attraverso l’illustrazione delle campagne di misura condotte da ARPA, con la presentazione dei risultati e l’indicazione puntuale del processo di monitoraggio.
A tal proposito, sul sito di ARPA Piemonte, è stato attivato un geo-portale di facile accesso per i cittadini che, tramite un’interfaccia GIS, possono accedere ai siti in cui sono stati effettuati rilievi con la possibilità di visualizzare le posizioni esatte in cui sono state condotte le misure ed i risultati, compreso anche un archivio storico dei livelli di campo.
Nel geo-portale sono riportate sia le misure puntuali che i rilievi effettuati sul lungo periodo con centraline; nel secondo caso si riportano il dato medio ed il dato massimo rilevato. Si tratta quindi di dati di dettaglio che servono innanzitutto a garantire la trasparenza delle informazioni e permettono inoltre ai cittadini di comprendere in modo immediato quale sia la situazione nelle zone di interesse rapportata con i limiti che la normativa indica.
Si tratta quindi di uno strumento molto utile ed efficace dal punto di vista della gestione del rapporto con i cittadini.
ARPA Piemonte ha svolto inoltre attività di educazione ambientale orientata in particolare ai docenti di istituti secondari, con un primo piano di formazione dedicata agli insegnanti e poi eventualmente con la classe attraverso lavori congiunti; si tratta di un’attività di informazione ritenuta estremamente utile in quanto interviene a livello educativo coinvolgendo gli attori principali del processo, ovvero gli insegnanti, ed ha avuto effetti di risposta positivi anche da parte degli studenti.
La crescente diffusione delle reti WiFi anche in ambienti pubblici, comprese le scuole, ha originato un forte interesse circa i possibili rischi da esposizione. Quali sono le esperienze di ARPA Piemonte a questo riguardo?
ARPA Piemonte ha ricevuto richieste da parte di scuole e comuni che avevano installato reti WiFi ad accesso libero. Le nostre esperienze sono principalmente legate ad un livello informativo, in quanto spesso il committente istituzionale (preside o funzionario comunale) vuole principalmente capire le dimensioni del problema.
Chiarito che per questa tipologia di impianti spesso il problema dell’esposizione non c’è, quello che è stato fatto come risposta alle richieste è più che altro un’attività di analisi teorica e di valutazione di impatto delle antenne comprensiva di elaborazione di relazioni in cui venivano presentate le mappe indicanti i livelli di esposizione presenti nelle aree di interesse sia indoor che outdoor dovuti a questa specifica tipologia di impianti.
Non sono quasi mai state fatte misure, in quanto si sarebbe trattato di un’attività non adeguata alle dimensioni del problema.
Quale contributo fornisce ARPA in relazione agli studi sull’esposizione ai CEM? Quali sono i progetti di ricerca in corso?
Il contributo che ARPA fornisce in relazione agli studi sull’esposizione ai CEM è la valutazione sia sperimentale, tramite misure, che teorica, tramite modelli di calcolo,dell'esposizione ai CEM nonchèla caratterizzazione di specifiche sorgenti di interesse per l'ambiente dove avvienel’esposizione.
In questo contesto, nell’ambito ad esempio degli studi epidemiologici, ARPA può ricoprire un ruolo di rilievo per quanto riguarda gli aspetti dosimetrici, ovvero la caratterizzazione dell’esposizione di gruppi di popolazioni studiati; a tal proposito è in via di definizione e approvazione un progetto con risorse che il Ministero dell’Ambiente dovrebbe fornire al sistema agenziale, per effettuare uno studio epidemiologico sull’esposizione della popolazione a campi elettromagnetici con particolare riferimento agli ambienti complessi, dove l’esposizione può diventare significativa.
Tale progetto è in fase di approvazione formale e coinvolge le agenzie e le regioni.
Nell’ambito dell’utilizzo di queste risorse è prevista anche l’implementazione dei catasti regionali delle sorgenti di campo elettromagnetico;, un progetto estremamente ampio che riguarda la messa a punto di un sistema informativo nazionale riguardante le sorgenti di campo elettromagnetico basato su catasti regionali. Questo è quindi un aspetto su cui ARPA Piemonte e ARPA di altre regioni contribuiranno in modo significativo.
ARPA Piemonte al momento è anche coinvolta in un progetto di scambio culturale con l’agenzia di protezione ambientale della municipalità di Pechino (Beijing Environmental Protection Bureau), che ha mostrato interesse nell’approfondimento e nel confronto per quanto riguarda le modalità di monitoraggio soprattutto in riferimento ai sistemi automatici di monitoraggio da noi messi a punto.
Si tratta di un’attività di scambio che partirà a settembre con incontri sia in Italia che a Pechino tra ARPA Piemonte e i colleghi dell’agenzia ambientale cinese.
Questi sono solo alcuni dei progetti già in fase di realizzazione; l’impegno di ARPA riguarda sempre attività di studio e approfondimento per la messa a punto di nuove metodiche di misura e nuovi sistemi di monitoraggio che peraltro gli aggiornamenti normativi spesso impongono.
Giovanni d’Amore, nato nel 1961 a Gallipoli (Le), è laureato in fisica e direttore del Dipartimento Tematico Radiazioni di ARPA Piemonte. Nel corso della sua attività professionale si è dedicato in modo specifico alla protezione ambientale dalle radiazioni non ionizzanti. I risultati della sua attività di ricerca sono stati oggetto di numerose pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali e internazionali.
Svolge attività di formazione anche tramite l’organizzazione di corsi e convegni su temi inerenti la protezione dalle radiazioni non ionizzanti e, più in generale, da agenti fisici. E’ membro del comitato scientifico consultivo della Scuola Superiore di Radioprotezione “Carlo Polvani” dell’AIRP (Associazione Italiana di Radioprotezione)
Ha svolto attività di docenza presso la Scuola di Specializzazione in Fisica Sanitaria dell’Università di Torino e presso la III Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino.
Attualmente, tiene il corso “Campi elettromagnetici e radiazioni non ionizzanti” presso la Scuola di Specializzazione in Fisica Medica dell’Università degli studi di Torino.
Quali sono oggi gli studi epidemiologici di maggior interesse sui possibili effetti dei campi elettromagnetici sull’uomo?
Questa è una domanda difficile. Per rispondere in modo pertinente vorrei prima contestualizzare l’oggi e specificare la prospettiva in base alla quale definire il grado d’interesse.
“Oggi” significa 35 anni dopo la pubblicazione (nel 1979) dello studio di Wertheimer e Leeper che suggeriva un incremento del rischio di leucemia infantile associato all’esposizione a campi magnetici a frequenza estremamente bassa (ELF) e 18 anni dopo l’avvio del Progetto Internazionale Campi Elettromagnetici da parte dell’OMS. Nel ventennio conclusivo del XX secolo la ricerca sperimentale ed epidemiologica si è concentrata sui possibili effetti a lungo termine dell’esposizione a campi ELF, con un focus particolare, ma non esclusivo, sull’eventuale cancerogenicità dell’esposizione a frequenze di rete (50/60 Hz). Le evidenze prodotte da questa cospicua attività scientifica sono state esaminate, sintetizzate e valutate nell’ambito del progetto OMS. Poi l’attenzione si è spostata sui campi a radiofrequenza (RF), focalizzandosi principalmente sui possibili rischi da telefoni cellulari. L’attività di monitoraggio dell’evidenza scientifica in questo ambito da parte dell’OMS è a metà strada: la IARC ha pubblicato la monografia dedicata alla valutazione della potenziale cancerogenicità dei campi RF nel 2013 e l’insieme dei possibili rischi per la salute da esposizione a sorgenti di RF è corso di analisi da parte del gruppo di lavoro incaricato della stesura di un nuovo volume della serie Environmental Health Criteria che sarà pubblicato nel 2016.
Naturalmente non possiamo esaminare in questo contesto il quadro delle conoscenze. Non sarei neppure in grado di farlo in modo esaustivo, perché sono necessarie competenze interdisciplinari. D’altra parte, nel maggio scorso è stato presentato ad Atene l’ultimo rapporto del panel europeo SCENIHR; rimando a questo documento per una valutazione aggiornata degli effetti sulla salute dell’esposizione a campi elettromagnetici statici, ELF, RF e a frequenza intermedia (IF).
Una considerazione che mi sembra opportuno fare è questa: nonostante l’impegno di una larga comunità scientifica e l’investimento di ingenti risorse, a tutt’oggi non è stato accertato alcun meccanismo biologico per eventuali danni alla salute conseguenti ad esposizioni di lunga durata a livelli di campi elettrici e magnetici (statici o variabili nel tempo, di frequenza compresa tra 0 e 300 GHz) inferiori agli standard internazionali finalizzati alla prevenzione degli effetti noti a soglia.
Per tornare alla tua domanda, l’altro elemento chiave è l’invito a descrivere gli studi epidemiologici “di maggior interesse” oggi. Nel libro “Epidemiology of Electromagnetic Fields” pubblicato nel giugno 2014, Mireille Toledano e Rachel Smith, in apertura del capitolo dedicato al futuro dell’epidemiologia dei campi elettromagnetici, si pongono un quesito analogo: “Without established mechanisms to direct efforts to health endpoints of most relevance for investigation, what is driving continuing research in EMF epidemiology?”. L’unica certezza in questo ambito di ricerca, sostengono le due epidemiologhe inglesi, è la notevole preoccupazione diffusa in larghi strati dell’opinione pubblica sui possibili rischi per la salute dei campi elettromagnetici. A supporto di questa affermazione, citano i risultati di un’indagine “Eurobarometro” del 2010, dalla quale risulta che il 46% dei cittadini europei è preoccupato per i potenziali dei rischi per la salute da campi elettromagnetici (CEM); inoltre, il 60% degli intervistati è convinto che le linee elettriche ad alto voltaggio, le antenne radio-base per la telefonia cellulare ed i telefoni cellulari influenzino in qualche misura la loro salute, mentre il 35%, il 33% ed il 26%, rispettivamente, ritiene che queste sorgenti di campi elettromagnetici abbiano un grande impatto sul loro stato di salute. Per inciso, la preoccupazione per i possibili effetti nocivi dell’esposizione a CEM è molto più diffusa in Italia che nel resto d’Europa: l’81% dei nostri concittadini nel campione dichiarava di essere “molto o abbastanza preoccupato” e le percentuali di risposte a favore di un grande impatto sulla salute delle diverse sorgenti considerate tra gli italiani raggiungevano il 78% per le linee elettriche ad alta tensione, il 79% per le antenne radio-base e il 69% per i telefoni cellulari!
Toledano e Smith si chiedono anche se sia ragionevole (anzi, usano l’aggettivo “legittimo”) che la ricerca in epidemiologia ambientale sia guidata da questa preoccupazione sociale e rispondono che si, lo è. Considerati il ritmo corrente nello sviluppo tecnologico e la crisi economica perdurante (con il suo impatto negativo sulla ricerca biomedica finalizzata alla prevenzione), ritengo si tratti di una domanda rilevante e di una risposta impegnativa.
Comunque, concordo con Mireille Toledano e Rachel Smith che la soluzione ottimale per ridurre gli attuali margini d’incertezza consista nell’investire in studi prospettici di grandi dimensioni, che abbiano la potenzialità di superare i limiti degli studi epidemiologici condotti finora, in particolare i limiti e le distorsioni cui sono particolarmente suscettibili gli studi caso-controllo (valutazione dell’associazione tra esposizione e una singola malattia, errori differenziali nella stima retrospettiva dell’esposizione e bias di selezione). Un approccio di questo tipo si trova nello studio di coorte Cosmos, uno studio multicentrico attualmente in corso in Inghilterra, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda e Francia ( http://www.ukcosmos.org/). Nel tempo, Cosmos permetterà di valutare il rischio di molte patologie (non solo diversi tipi di tumore, ma anche malattie neurodegenerative, sintomi aspecifici, etc.) in relazione alla durata e all’intensità d’uso dei telefoni cellulari; quest’ultima verrà valutata combinando informazioni fornite dai soggetti in studio e dati di traffico, prima e indipendentemente dall’insorgenza degli eventi sanitari d’interesse; sarà inoltre possibile valutare l’esposizione ad altre sorgenti di CEM a bassa ed alta frequenza e studiare l’effetto di modifiche nei profili di esposizione a CEM nel tempo. Mi sembra di capire che, al momento, Cosmos attraversi una fase critica di carenza di fondi; spero che la situazione si risolva presto, perché sarebbe imperdonabile vanificare l’impegno profuso nel disegno e nella raccolta dati avviata da qualche anno e rinunciare ad una così preziosa fonte di evidenze.
L’età di primo utilizzo dei telefonini si abbassa costantemente. Cosa dicono gli studi già effettuati circa i possibili rischi per i bambini e gli adolescenti? Quali sono gli studi in corso a questo proposito?
Benché sia molto diffusa la preoccupazione che bambini e adolescenti possano essere più suscettibili degli adulti ad eventuali effetti dannosi dell’esposizione a RF, non ci sono dati empirici a supporto di questa ipotesi. Le autorità sanitarie di alcuni paesi hanno raccomandato che i bambini evitino o limitino l’uso dei telefoni cellulari, mentre in altri paesi non sono state formulate raccomandazioni di questo tipo. I suggerimenti precauzionali non sono basati su evidenze scientifiche. Tuttavia, il numero di studi sugli effetti dell’esposizione a RF nei bambini è ancora limitato.
Attualmente sono disponibili i risultati di una sola indagine epidemiologica sul rischio di tumori cerebrali infantili in relazione all’uso del cellulare (lo studio caso-controllo multicentrico europeo Cefalo), peraltro piuttosto rassicuranti, specialmente se considerati nel quadro della sostanziale stabilità dei tassi d’incidenza dei tumori cerebrali infantili nei paesi nordici tra il 1990 ed il 2009.
Un secondo studio caso-controllo su questo argomento, Mobi-kids, è in corso in 14 paesi del mondo e i suoi risultati saranno pubblicati tra il 2015 e il 2016 ( http://www.crealradiation.com/index.php/mobi-kids-home). Considerate la diffusione della telefonia mobile tra bambini e adolescenti e la scarsità di evidenze epidemiologiche, ulteriori indagini erano senz’altro necessarie. Purtroppo, Mobi-kids condividerà i limiti metodologici ed i conseguenti problemi interpretativi dei precedenti studi caso-controllo su telefoni cellulari e tumori cerebrali in adulti e bambini (suscettibilità a recall bias e bias di partecipazione). Forse, sul tema in questione, sarebbe stato più opportuno seguire le priorità di ricerca suggerite nel 2010 dall’OMS nella sua agenda per i campi a radiofrequenza (coorti prospettiche di bambini e adolescenti sull’uso del cellulare ed il rischio di diverse patologie, inclusi i tumori).
Per quanto riguarda il rischio di tumori infantili in relazione all’esposizione da sorgenti fisse di RF, negli ultimi anni sono stati pubblicati i risultati di quattro studi importanti, di grandi dimensioni e con un’accurata valutazione dell’esposizione basata su modelli di predizione. Tre di questi studi hanno esaminato l’incidenza di leucemia infantile tra i bambini residenti in prossimità di impianti di trasmissione radio-TV, in Corea del Sud, Germania e Svizzera (quest’ultima indagine ha esaminato anche il rischio di altri tumori infantili). Un quarto studio, inglese, era incentrato sul rischio di neoplasie infantili precoci (0-4 anni) in relazione all’esposizione materna in gravidanza a RF da antenne radio base. In nessuno di questi studi è stata osservata alcuna associazione tra leucemia o altri tumori e livello stimato di esposizione. Per questa ragione, il rapporto più recente del panel SCENIHR ritiene che l’insieme dell’evidenza fornita dagli studi epidemiologi deponga contro l’ipotesi di un rischio cancerogeno da stazioni radio-base ed antenne di trasmissione radio-TV.
Sono anche stati realizzati studi epidemiologici, prevalentemente di tipo trasversale (indagini nelle quali l’esposizione e gli effetti sanitari vengono rilevati nello stesso momento), sul benessere generale, effetti cognitivi e problemi comportamentali da esposizione a RF nei bambini, come pure alcuni studi di coorte prevalentemente incentrati sui rischi eventualmente connessi all’uso del cellulare da parte della mamma durante la gravidanza. Questi studi hanno prodotto risultati eterogenei e di difficile interpretazione a causa di importanti limiti metodologici, soprattutto la loro suscettibilità a bias di recall, causalità inversa, confondimento e bias di selezione.
Ci sono stati anche importanti progressi nello studio del rapporto tra benessere ed esposizione a RF da diverse sorgenti in bambini e adolescenti, legati all’uso di indicatori di esposizione basati su misure di RF effettuate con esposimetri personali. Mi riferisco a due indagini in particolare, condotte in Germania (MobilEe) e in Svizzera (Qualifex): in nessuno di questi studi si sono osservate associazioni coerenti tra esposizione misurata e sintomi o altri disturbi fisici, acuti o cronici. Secondo la più recente opinione SCENIHR, questi studi forniscono un moderato livello di evidenza a supporto dell’assenza di effetti associati all’esposizione prolungata (nell’ordine di giorni o mesi) a campi RF.
Riguardo alla questione ancora aperta delle possibili connessioni tra esposizione ai campi ELF ed insorgenza delle leucemie infantili sono stati fatti progressi? Sono in atto ricerche in grado di dare risposte più precise?
I campi magnetici ELF sono stati classificati dalla IARC tra gli agenti possibilmente cancerogeni per l’uomo (gruppo 2B), sulla base di un’evidenza limitata di cancerogenicità per l’uomo e inadeguata evidenza sperimentale. La categoria limitata assegnata all’evidenza sull’uomo poggia (allora come oggi) esclusivamente sull’associazione, coerente ma non necessariamente causale, tra esposizione a campi magnetici a 50/60 Hz al di sopra di circa 0.3-0.4 μT e incidenza di leucemia infantile, osservata in due analisi combinate (parzialmente sovrapposte) di una dozzina di studi epidemiologici pubblicati entro il 2000. Questo giudizio è stato confermato dall’OMS nel 2007. Un’analisi pooled più di recente, incentrata su sette studi successivi, ha sostanzialmente riprodotto le precedenti osservazioni. Sfortunatamente, i nuovi studi sono affetti dagli stessi limiti metodologici che caratterizzavano le indagini precedenti. Pertanto, in mancanza di supporto sperimentale e plausibili meccanismi biologici, distorsioni e confondimento o un insieme di questi fattori rimangono verosimili spiegazioni alternative, non causali, del dato epidemiologico.
Bisogna anche aggiungere che l’evidenza epidemiologica riguardo ad un’associazione tra campi magnetici ELF e tumori cerebrali infantili, come pure con le neoplasie emolinfopoietiche e cerebrali negli adulti esposti per ragioni professionali, è inconsistente, mentre c’è una robusta evidenza contraria ad una relazione tra incidenza di tumore del seno e malattie cardiovascolari ed esposizione a campi ELF.
Per risolvere le incertezze interpretative relative all’associazione ELF-leucemia infantile sono stati suggeriti due percorsi paralleli per la ricerca sperimentale e per quella epidemiologica. In ambito sperimentale, l’OMS nel 2007 raccomandava con alta priorità lo sviluppo di topi transgenici come modelli sperimentali di leucemia infantile. Studi in linea con tale raccomandazione sono in corso, ad esempio, nell’ambito del progetto Arimmora ( http://arimmora-fp7.eu). In ambito epidemiologico, è stato suggerito che solo nuovi tipi di studi, meno suscettibili a distorsioni dei precedenti e con un maggior numero di soggetti nelle categorie di esposizione più elevate (≥0.3-0.4 μT), oppure incentrati sulla valutazione di interazioni gene-ambiente, sarebbero in grado di far progredire lo stato delle conoscenze. TransExpo, ad esempio, è uno studio epidemiologico di cui si sta valutando la fattibilità a livello internazionale, finalizzato a studiare l’incidenza di leucemia infantile in coorti di bambini residenti in edifici che ospitano trasformatori elettrici; il disegno prospettico e l’accertamento dell’esposizione basato sulla distanza relativa tra appartamenti e cabine di trasformazione, senza necessità di contattare i soggetti in studio, garantirebbero l’assenza di bias di partecipazione, mentre la presenza di bambini residenti in appartamenti adiacenti a trasformatori aumenterebbe la numerosità nelle categorie più elevate di induzione magnetica indoor. Anche l’Italia partecipa allo studio di fattibilità di TransExpo: lo studio pilota locale, orientato a valutare mediante misure se la classificazione a priori dell’esposizione basata sulla distanza relativa tra appartamenti e trasformatori abbia sufficiente sensibilità e specificità per essere utilizzata nel futuro studio epidemiologico, si è concluso positivamente, in accordo con i risultati di analoghe indagini condotte in altri paesi. Il problema maggiore che TransExpo deve affrontare è quello delle dimensioni; infatti, data la rarità sia della leucemia infantile, sia dell’esposizione d’interesse, il numero di paesi da coinvolgere è enorme, quasi proibitivo.
Nell’insieme, dunque, non sono stati ancora fatti grandi progressi. Anzi, in ambito epidemiologico, negli ultimi anni c’è stata una certa tendenza a tornare a valutazioni dell’esposizione basate sulla distanza dalle sorgenti invece che su misure.
In Francia, ad esempio, nel contesto dello studio Geocap, è stato osservato un lieve e non statisticamente significativo incremento del rischio di leucemia infantile (OR 1.7; IC 95% 0.9–3.6) tra i residenti entro 50 m da linee aeree ad alto voltaggio. Altri studi analoghi, peraltro, hanno prodotto risultati contrari all’evidenza sinora accumulata. In Danimarca non è stato evidenziato alcun incremento del rischio di leucemia tra i bambini residenti a distanze inferiori a 200 m, né tra quelli residenti a distanze comprese tra 200–599 m, da linee elettriche a 132–400 kV. Ancora più interessanti mi sembrano i risultati ottenuti in Gran Bretagna. Qui è stato effettuato uno studio caso-controllo su 53515 bambini ai quali era stato diagnosticato un tumore tra il 1962 ed il 2008 (tra i quali 16630 casi di leucemia infantile) e 66204 controlli appaiati per data di nascita; come indicatore di esposizione è stata calcolata la distanza della residenza della mamma alla nascita del bambino da linee elettriche a 132, 275 e 400 kV. Gli stessi autori, in uno studio precedente incentrato sui casi di tumore infantile diagnosticati nel periodo 1962–95, avevano osservato un incremento del rischio di leucemia tra i residenti alla nascita entro 600 m dagli elettrodotti; nel nuovo studio, esteso ai casi diagnosticati nei 13 anni successi, si evidenza una tendenza per l’eccesso di rischio di leucemia tra i nati in abitazioni situate a distanze ≤600 m dalle linee elettriche a diminuire nel tempo e a scomparire nel periodo 1990-2008. Gli autori ritengono molto improbabile che un eccesso di rischio che diminuisce nel tempo derivi da un qualche effetto fisico delle linee elettriche e che un andamento temporale del genere sia più verosimilmente ascrivibile ad un cambiamento nelle caratteristiche della popolazione residente in prossimità degli elettrodotti.
Come si riflette sulla validità dei risultati degli studi epidemiologici già conclusi la continua evoluzione delle modalità di utilizzo dei terminali e dei dispositivi in genere?
Per rispondere in modo pertinente devo prima cercare di sintetizzare lo stato attuale delle conoscenze riguardo ai rischi per la salute, in particolare possibili effetti cancerogeni, eventualmente associati all’uso dei telefoni cellulari. Negli ultimi 15 anni sono stati pubblicati i risultati di moltissimi studi sull’argomento: due studi di coorte e una trentina di studi caso-controllo che hanno stimato i rischi di specifiche neoplasie intracraniche - glioma, meningioma o neurinoma del nervo acustico - tra utilizzatori adulti di telefoni cellulari. Inoltre, nel contesto di alcuni di questi studi (in particolare, nello studio internazionale Interphone), sono stati effettuati studi collaterali finalizzati a valutare la presenza e la portata di eventuali distorsioni (bias di partecipazione ed errori casuali, sistematici o differenziali nella stima dell’esposizione). Queste indagini parallele sono state preziose per interpretare correttamente i risultati della ricerca. Con poche eccezioni, le evidenze disponibili sono per lo più negative e, considerate congiuntamente ai risultati delle indagini metodologiche, non supportano l’ipotesi di un’associazione tra uso del cellulare e tumori cerebrali. Inoltre, studi di simulazione effettuati in nord-Europa e negli USA hanno dimostrato che gli incrementi di rischio legati all’uso del cellulare osservati in una serie consecutiva di studi effettuati da Hardell e collaboratori in Svezia non sono compatibili con l’andamento temporale dei tumori cerebrali maligni, essenzialmente stabile, registrato negli ultimi 20 anni nella maggior parte dei paesi industrializzati. Anche l’evidenza sperimentale disponibile depone fortemente contro l’ipotesi che l’esposizione alle RF utilizzate nella telefonia mobile abbia un ruolo nell’induzione o nella promozione della cancerogenesi.
Ora, considerato che l’evoluzione dei sistemi di telefonia mobile - inizialmente analogici e poi digitali di seconda e terza generazione (GSM e UMTS) - è stata caratterizzata da una progressiva diminuzione del livello di esposizione dell’utente nel corso di chiamate vocali, credo che l’insieme delle evidenze disponibili al momento,derivante dall’esperienza d’uso tra la fine degli anni ’80 e la fine del 2000, sia a maggior ragione valida anche per gli attuali utilizzatori. Anche le tendenze attuali nelle modalità d’uso dei telefoni cellulari, legate all’introduzione sul mercato degli smart-phones e al loro utilizzo in misura crescente per scambio di dati in vari formati, sembrano puntare in direzione di una diminuzione dell’intensità di esposizione locale a livello dell’orecchio e dei tessuti circostanti. Per quanto riguarda le variazioni nel tempo dell’intensità d’uso per chiamate vocali, i risultati di uno studio pilota condotto nell’ambito del progetto Cosmos, basato su un gruppo di 346 soggetti con dati di traffico registrati sul triennio 2007-09, indicano una lieve ma costante tendenza all’aumento sia del numero di chiamate (in media da 70 a 80 chiamate al mese), sia del tempo d’uso (da 298 a 342 minuti al mese). Pertanto, da questo punto di vista, è molto importante continuare la sorveglianza epidemiologica attraverso il monitoraggio dei trend d’incidenza dei tumori cerebrali in adulti e bambini.
D’altro canto, a fronte dell’aumento di sorgenti di RF in ambienti esterni e indoor - legato alla diffusione del WiFi e di micro-celle per telefonia cellulare e accesso a internet - gli studi di misura, sia quelli effettuati con rilevatori fissi in banda stretta, sia quelli più recenti basati su esposimetri personali, indicano che i livelli di esposizione sono largamente inferiori (anche di 4 ordini di grandezza) agli standard internazionali attualmente in vigore. A questo proposito, ritengo importante continuare a monitorare le intensità dei segnali a RF in relazione a sorgenti fisse nell’ambiente generale e credo che sarebbe molto utile effettuare anche nel nostro paese un’ampia indagine di misura dei livelli di esposizione personale a RF, sulla sua variabilità (interindividuale, temporale e spaziale) e sul contributo relativo di varie sorgenti all’esposizione personale complessiva.
Rispetto alle conoscenze consolidate, quali ulteriori evidenze ci si può attendere dagli studi in corso?
A gennaio di quest’anno è stato formalmente avviato il progetto GERoNiMO ( http://www.crealradiation.com/index.php/geronimo-home). Si tratta di uno studio estremamente ambizioso in termini di obiettivi e di risorse umane ed economiche mobilitate. Si propone di studiare, attraverso studi epidemiologici e su sistemi sperimentali, gli effetti sulla salute dei campi a RF e IF emessi da diverse sorgenti e dispositivi, e di utilizzare i risultati di tali indagini per analisi formali di risk assessment e risk management. I work-packages prettamente epidemiologici sono due: (1) una serie di coorti prospettiche di bambini europei arruolati alla nascita, dei quali si punta a ricostruire l’esposizione pre- e post-natale a diversi agenti ambientali oltre che a campi elettromagnetici, per studiarne l’impatto sulle caratteristiche alla nascita e sullo sviluppo neurologico nell’infanzia e nell’adolescenza; (2) un’estensione temporale e di obiettivi dello studio internazionale Mobi-kids, finalizzata a valutare l’associazione tra tumori cerebrali infantili ed esposizione a campi RF, IF e ELF.
Se GERoNiMO riuscirà a raggiungere tutti i suoi obiettivi (dato l’alto profilo del gruppo di ricerca, certamente ci riuscirà), darà un contributo notevole alle conoscenze scientifiche sui rapporti tra CEM e salute.
Per quanto riguarda il bioelettromagnetismo sono stati pubblicati una grande quantità di lavori. Che cosa è stato scoperto e cosa resta ancora da scoprire? Su cosa dovrebbe concentrarsi la ricerca in futuro?
Oltre a quanto abbiamo discusso in precedenza, negli ultimi decenni la ricerca nel settore del bioelettromagnetismo ha permesso di escludere con ragionevole certezza che esista una “ipersensibilità ai campi elettromagnetici”; numerosi studi di provocazione in doppio cieco - con esposizioni controllate a campi ELF e RF – hanno dimostrato che le persone che soffrono di “intolleranza idiopatica ambientale attribuita ai campi elettromagnetici” (IEI-EMF, secondo la terminologia introdotta dall’OMS) non sono in grado di riconoscere la presenza di un segnale a RF o di un campo magnetico più di quanto non possa avvenire per caso, e che l’insorgenza di sintomi negli esperimenti non è scatenata dall’esposizione. É stato inoltre accertato, in diversi studi, un chiaro effetto nocebo: i sintomi si manifestano in relazione all’idea di essere esposti. La prevalenza di persone che soffrono di IEI-EMF sembra variabile su base geografica, ma in alcune indagini sono state stimate frequenze anche del 13%. La condizione può essere estremamente invalidante e, in quanto tale, è un problema di sanità pubblica. Credo che il problema vada affrontato da due punti di vista: da un lato bisogna valutare l’efficacia di diversi interventi e approcci terapeutici, dall’altro occorre sviluppare azioni mirate al contenimento e alla prevenzione del fenomeno. In quest’ultima prospettiva, penso siano fondamentali campagne di comunicazione modulate su particolari destinatari, in primo luogo i media. A supporto di questa idea posso citare articoli recenti che individuano nei quotidiani e in alcuni reportage televisivi canali non solo di disinformazione sistematica, ma addirittura fattori in grado di aumentare la prevalenza della cosiddetta “ipersensibilità”. Anche i medici di base rappresentano un importante target per interventi di comunicazione delle evidenze scientifiche sui rischi da campi elettromagnetici.
Gli studi sulla percezione e comunicazione del rischio, più in generale, sono considerati priorità di ricerca dall’OMS nella sua Agenda per i campi RF del 2010.
Relativamente ad effetti sulla salute diversi da quelli che abbiamo considerato finora, credo che sia rilevante chiarire, mediante studi epidemiologici e sperimentali, se le esposizioni a campi ELF e RF abbiano un ruolo nell’insorgenza di malattie neurodegenerative.
Infine, per quanto riguarda range di frequenza diversi da ELF e RF e sorgenti di esposizione diverse da quelle già discusse, ritengo siano di grande interesse e attualità studi epidemiologici sui possibili rischi per la salute eventualmente associati alle esposizioni complesse sperimentate dal personale sanitario addetto alla risonanza magnetica nucleare (MRI) e su eventuali effetti riproduttivi negativi tra le lavoratrici nel settore del commercio esposte a campi a frequenza intermedia (IF), come suggerito nel recente rapporto SCENIHR.
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Susanna Lagorio è Primo Ricercatore presso il Centro Nazionale di Epidemiologia – Reparto Epidemiologia dei Tumori dell' Istituto Superiore di Sanità Ha progettato e diretto indagini epidemiologiche sul rischio cancerogeno associato a diverse esposizioni ambientali, con particolare interesse per gli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici (responsabile scientifico del contributo italiano agli studi internazionali INTERPHONE e TRANSEXPO), benzene ed altri inquinanti atmosferici urbani.
Per quanto concerne la presentazione dei risultati delle ricerche, è attenta sia alla diffusione attraverso i canali propri della comunità scientifica, sia alle attività di divulgazione.
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Lei ha più volte citato il doppio primato italiano. Ci può spiegare sinteticamente in cosa consiste?
Ho proposto di chiamare “doppio primato italiano” nella regolazione del rischio da campi elettromagnetici la combinazione simultanea di due fattori. In primo luogo, una regolazione emanata precocemente rispetto agli altri paesi europei. Il decreto n. 381 fu emanato nel 1998, lo stesso anno della pubblicazione delle linee-guida dell’International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection - ICNIRP, organismo di riferimento internazionale in materia di radiazioni non ionizzanti. L’Italia anticipò inoltre la raccomandazione dell’Unione Europea n. 519 del 1999, relativa alla limitazione dell’esposizione del pubblico ai campi elettromagnetici e si mise così in una posizione che non aveva eguali negli altri Stati membri. Il secondo primato della regolazione italiana riguarda le soglie di esposizione ai campi elettromagnetici delle SRB. Le soglie di 6 volt per metro, fissate per gli edifici dove si trascorrono in media almeno quattro ore al giorno (abitazioni, scuole, ospedali, luoghi di lavoro) erano infatti le più basse in Europa (e tra le più basse al mondo). L’Italia si smarcò dall’ICNIRP, che proponeva di adottare soglie più alte, ma anche dall’Unione Europea, poiché la raccomandazione n. 519 suggeriva di adottare le soglie delle linee-guida dell’ICNIRP. Per una ricostruzione sociologica della genesi del doppio primato italiano mi permetto di rinviare ad un mio articolo[1] .
I limiti italiani sono molto più cautelativi rispetto a quelli applicati in europa e nel resto del mondo. A suo parere, una revisione dei limiti, con innalzamento ai valori indicati dall’ICNIRP che difficoltà può comportare nel rapporto con il pubblico?
É difficile prevedere la reazione del pubblico in un caso come questo. Svariati comitati hanno già chiesto diverse volte in passato una revisione dei limiti, ma verso il basso. Si puo’ ipotizzare che un innalzamento delle soglie in vigore in Italia potrebbe essere percepito come non necessario da una fetta di cittadini, i quali potrebbero non capire le esigenze di rivedere dopo molti anni al rialzo i limiti per allinearli a quelli raccomandati da un istituto internazionale. Inoltre, le ricerche che ho condotto sul caso italiano mettono in evidenza che le mobilitazioni non si riferiscono esclusivamente a questioni di tipo scientifico o tecnico, ma riguardano contestazioni di portata più generale, che hanno spesso poco o nulla a che fare con le cifre o i parametri. E’ il caso, tipicamente, di quei comitati di cittadini che si oppongono a quella che percepiscono come mancanza di informazione, di comunicazione con l’amministrazione locale, di arene partecipative, di metodo decisionale inclusivo su decisioni che li riguardano ecc.
Sui giornali sono apparse notizie riguardanti una certa preoccupazione in Francia per gli effetti dei campi elettromagnetici. Com’è la situazione la? Quali sono le differenze rispetto allo scenario italiano?
La situazione francese riguardo agli effetti dei campi elettromagnetici presenta similitudini e differenze rispetto al caso italiano. Come in Italia, anche in Francia molti comitati urbani di cittadini si sono formati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, per manifestare contro le stazioni radio base e il rischio sanitario che potrebbe derivare dalle emissioni elettromagnetiche. Due caratteristiche rendono il caso francese diverso da quello italiano. La protesta oltralpe è stata veicolata, oltre che da comitati urbani, anche da numerose associazioni a livello nazionale, che hanno saputo centralizzare efficacemente le richieste dei cittadini formulate a livello locale. In secondo luogo il sistema istituzionale francese, di tipo centralizzato, ha limitato di fatto il numero di contenziosi tra Stato e livelli intermedi (soprattutto Regioni e Comuni) che invece hanno caratterizzato il nostro paese.
Una delle cause più significative della distorta percezione del rischio è la diffusione di informazioni erronee e spesso non supportate da dati scientifici. Secondo lei qual è il modo più corretto per fare comunicazione riguardo agli effetti dei campi elettromagnetici?
La percezione sociale del rischio deriva da una molteplicità di fattori sociali. La diffusione di informazioni corrette, anche se supportate da dati scientifici puo’ non essere sufficiente per una percezione corretta del rischio, che rimane comunque difficile da definire con precisione. Per un’adeguata comunicazione sui campi elettromagnetici, valgono alcune considerazioni che riguardano la comunicazione in generale. Bisogna chiedersi prima di tutto qual è la finalità della comunicazione (diminuire le tensioni sociali, generare fiducia nell’organismo che inizia ed è responsabile del processo comunicativo, pervenire a decisioni condivise ecc.) e qual è il pubblico a cui ci si rivolge (cittadini, istituzioni, organizzazioni ecc). In generale, in tematiche riguardanti la regolazione del rischio sanitario, una comunicazione a monte e di tipo multilaterale è da preferirsi ad una comunicazione unilaterale ex post, se si vuole evitare che i cittadini si sentano esclusi e messi davanti al fatto compiuto.
I processi partecipati rappresentano veramente una risposta alla percezione del rischio e sono un valido supporto per gli Amministratori nella gestione del rapporto con la cittadinanza riguardo alla questione campi elettromagnetici? Come deve essere condotto un processo partecipato per essere efficace e non fungere da amplificatore del rischio?
I tipi di processi partecipati sono innumerevoli. Alcuni di questi permettono di diminuire gli svantaggi della comunicazione unilaterale di tipo emittente-ricevente, poiché sono per loro natura multilaterali. Esperienze condotte in vari paesi hanno mostrato che alcuni dei processi partecipati possono essere indubbiamente un valido supporto per gli Amministratori, sotto alcune condizioni. In primo luogo il frame, cioè l’inquadramento generale, dev’essere chiaro a tutti i partecipanti. In secondo luogo, devono essere esplicitate le regole del gioco e si deve precisare chi è l’arbitro. In terzo luogo, dev’essere chiaro chi può partecipare e chi no e a quale scopo. Regole semplici e condivise permettono di limitare gli svantaggi tipici di molti processi partecipati come, per esempio: strategie di opt-out (sottrarsi alla partecipazione dopo aver accettato le regole senza incorrere in sanzioni e penalizzando l’esito finale), lunghezza eccessiva del processo, ecc. In Italia, alcuni fattori dissuadono tradizionalmente i decisori dall’optare per processi partecipati. In primo luogo, la mancanza di una normativa che renda sistematica la partecipazione del pubblico e definisca le regole che dovrebbero essere seguite. In secondo luogo, la presenza di alcuni comitati che richiedono unicamente lo spostamento immediato di stazioni radio base esistenti in un certo perimetro senza che sia proposta una riflessione di più ampia portata. Gli amministratori locali sono spesso scoraggiati dalla mancanza di un quadro chiaro di riferimento e non intraprendono la via dei processi partecipati, giudicata dicrezionale, dispendiosa e aleatoria.
La protesta in Italia perdura da oltre 15 anni, come si spiega una durata così lunga del fenomeno? E come spiega il fatto che i cittadini protestano ad ogni installazione di stazioni radio base ma utilizzano massicciamente il cellulare?
La protesta in Italia riguardo al rischio da emissioni elettromagnetiche da stazioni radio base dura da molto tempo, alternando picchi acuti a periodi di scarsa mobilitazione. Si è registrata in modo particolare una fase molto acuta nei primi anni 2000, in relazione alle numerose installazioni per la telefonia di terza generazione e dopo l’emanazione del decreto Gasparri. Non è corretto affermare che i cittadini protestano contro tutte le installazione di stazioni radio base, che sono infatti estremamente più numerose dei conflitti locali nati intorno ad esse. Del resto, i sociologi che si occupano dei cicli della protesta dei movimenti sociali spiegano che, di norma, la mobilitazione dei cittadini non dura indefinitamente, poiché le risorse dei comitati e delle associazioni sono limitate ed è molto difficile mantenere constantemente elevato il livello di guardia su uno stesso problema.
In effetti si registrano opposizioni locali alle stazioni radio base, mentre invece non vi sono manifestazioni contro l’uso del telefono cellulare. Spesso, i cittadini che protestano contro l’installazione di un’antenna possiedono un telefono cellulare. Si tratta di un paradosso solo in apparenza. Infatti, i cittadini che si mobilitano non si oppongono alla tecnologia della telefonia mobile tout court, ma contestano che le installazioni siano effettuate in prossimità delle abitazioni, o delle scuole, oppure avvengano con modalità giudicate poco trasparenti o non partecipate. Si può aggiungere che alcune ricerche di psicologia sociale hanno mostrato che avere un telefono cellulare e protestare contro le installazioni non è un comportamento di per sé irrazionale, poiché gli individui hanno delle ragioni che li rendono più inclini a valutare meno pericoloso un rischio dovuto ad un’attività percepita come scelta personale (utilizzare il telefonino) rispetto ad un rischio percepito come imposto da altri (installazione di stazione radio base).
Paolo Crivellari (2012), “La regolazione del rischio sanitario dovuto alle emissioni elettromagnetiche delle antenne per la telefonia mobile. Genesi di un doppio primato italiano”, Rivista Italiana di Politiche Pubbliche, 3.
Paolo Crivellari è docente di sociologia e ricercatore nell'ambito della sociologia del rischio presso l'Université Paul Sabatier Toulouse III. La sua attività di ricerca riguarda la percezione del rischio da parte della popolazione per l'esposizione a campi elettromagnetici generati da apparati per telefonia mobile, comprese le dinamiche che portano alla mobilitazione dei cittadini e alla creazione di comitati anti elettrosmog. Della sua attività di ricerca fa parte anche lo studio da un punto di vista sociologico delle regolamentazioni in materia di campi elettromagnetici ed uno studio comparato tra vari paesi (tra cui Italia e Francia) per quanto riguarda la gestione dei rischio industriale da agenti chmici.
Si occupa anche di percezione e gestione del rischio per quanto riguarda l'utilizzo delle nano tecnologie.
É autore di numerosi articoli e monografie sul tema di ricerca.
Ulteriori informazioni sulla sua attività di ricerca e sulle sue pubblicazioni sono disponibili sul sito dell'Università di Tolosa
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